Fotogrammi sentimentali: breve storia del cinema Lgbt

Storia del cinema lgbt

Articolo di Lavinia Capogna
(marzo 2022)

La storia del cinema dove appaiono personaggi omosessuali o a tematica lgbt si divide in due periodi molto differenti: il primo va dagli anni ’20 agli anni ’50 del Novecento in cui era impossibile affrontare questi temi dichiaratamente al cinema a causa della censura e si poteva solo fare in modo velato come vedremo.
Il secondo dagli anni ’60 ad oggi in cui é possibile raccontare storie d’amore omosessuali.
È bene però chiarire che esistono tre generi completamente diversi nel cinema: il primo sono i film d’autore o d’arte e qui troviamo opere che possono andare dal capolavoro a film meno riusciti ma che comunque contengono qualcosa di innovativo, di poetico, di autentico; un altro filone, molto più consistente e di successo, é quello dei film che sono operazioni commerciali più o meno riuscite, realizzati spesso con ampi mezzi economici e tecnici ma senza anima;
esiste poi un terzo filone che sono film dichiaratamente molto spinti che qui non prendiamo neppure in considerazione.
I film a tematica Lgbt rientrano in tutte queste categorie così come i film che parlano di personaggi eterosessuali. 
Sarebbe impossibile nello spazio di un articolo esaminare tutto ciò e quindi io vorrei qui solo dare uno sguardo e chiaramente non potrò citare tutte le opere. 

Il cinema è un’arte moderna infatti esso è nato nel 1895 quando i fratelli Lumière, due inventori francesi, fecero una proiezione pubblica di alcuni brevissimi filmini in una sala di Parigi. 
Ma che cosa è il cinema? Migliaia di immagini che scorrono su una pellicola a 35 mm. Scorrendo alla velocità di 24 fotogrammi al secondo esse danno l’impressione del movimento. 
Il cinema è anche l’arte più simile al sogno: nella sala oscura di un cinema, insieme ad altri sconosciuti, illuminata solo dal fascio di luce polveroso del proiettore, ci viene narrata una storia, proviamo emozioni. Il proiezionista, come un alchimista medievale, è invisibile. Egli si trova nella sua cabina di proiezione e grazie ad una piccola finestrella può controllare che tutto stia andando per il meglio mentre il pubblico partecipa emotivamente alla storia creata dal regista con il supporto dei suoi collaboratori. 
Per lungo tempo gli/le omosessuali sono stati esclusi da questo sogno soggettivo e collettivo al tempo stesso.
Nei film fino agli anni ’50 del Novecento troviamo i personaggi Lgbt praticamente assenti o in pochissimi film velati.
I film erano sottoposti ad una rigorosa censura in Italia, vietati ai minori di 14 e 18 anni, tagliati o sequestrati ed era impossibile narrare una storia omosessuale.
Negli Stati Uniti c’era il codice Hays che impediva qualsiasi film che potesse riguardare sentimenti che non fossero edulcorate storie etero.
Nonostante questo codice fosse molto severo nella puritana America qualche regista di Hollywood riuscì abilmente ad aggirarlo, come vedremo. 
Una cosa importante è che quando valutiamo un film a tematica Lgbt a parte le sue qualità o difetti intrinsecamente cinematografici (regia, trama, recitazione, fotografia, musica, costumi, scenografie) dobbiamo tenere presente il contesto storico in cui esso é stato realizzato, un film di 30 o 40 anni fa che potrebbe sembrare reticente ai nostri giorni poteva essere allora avanti con i tempi.

I primi due film a tematica Lgbt vennero realizzati nella Germania degli anni venti al tempo della Repubblica di Weimar.
Nel 1919 il documentario “Diversi dagli altri” fu il primo film gay di 50 minuti e ancora muto che si opponeva al Paragraph 175, la legge anti omosessuale allora in vigore nel paese sulla quale sarà realizzato nel 2000 anche un altro documentario, “Paragraph 175“, diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, con la voce fuori campo di Rupert Everett.
Nel 1931 la regista Leontine Sagan realizzò “Ragazze in uniforme
che raccontava dell’amore tra una allieva e la sua insegnante in un severo collegio prussiano. Ebbe un grande successo ed anche un mediocre remake negli anni ’50 nobilitato solo dalla presenza di una giovane Romy Schneider.
Negli anni ’30 Marlene Dietrich scambiò un fugace bacio con una ragazza in “Marocco” ed altrettanto accadeva a Greta Garbo in “La regina Cristina“.

Nel 1940 il regista inglese Alfred Hitchcock, che già aveva realizzato parecchi film noir di valore nel suo paese, approdò ad Hollywood debuttando con “Rebecca, la prima moglie“, un film tratto dal famoso romanzo della scrittrice Daphne du Maurier.
Il film era la storia di una bella ragazza ingenua, interpretata da Joan Fontaine, che si innamorava ricambiata di un ricchissimo vedovo, il severo Lawrence Olivier, ma la loro felicità veniva quasi distrutta dal ricordo della prima moglie di lui, Rebecca. Tutto nella casa riportava lei: fotografie, quadri, oggetti ma anche la governante di Rebecca, ben interpretata da Judith Anderson, rammentava continuamente a Joan Fontaine la prima, inimitabile prima moglie di Lawrence, la perfetta Rebecca. Il regista lasciava intuire che l’eccessivo affetto da parte della governante verso la sua antica signora fosse di natura omosessuale sfuggendo però alla censura americana. Le ripetute inquadrature in cui ella sovrastava Joan Fontaine nonché gli abiti neri e lo sguardo a metà tra severo ed allucinato contribuirono a dare al personaggio della governante un timbro inquieto, patologico e in questo senso questo capolavoro della golden age di Hollywood contribuì ad una certa omofobia verso le lesbiche che continuerà a sopravvivere a lungo nel cinema. 

Anche se l’omosessualità ovviamente non veniva mai menzionata nel film “Tè e simpatia” (1956) di Vincent Minnelli era evidente che il film si riferiva ad essa.
Il titolo originale del film “Tea and sympathy” aveva un senso un po’ diverso della traduzione italiana, infatti tea and sympathy è una espressione inglese old fashioned che significa “dare conforto a qualcuno che è nei guai” e la storia, delicatamente narrata, era proprio quella di un’amicizia a sfondo sentimentale tra uno studente di un college e la moglie del rettore. 
Il protagonista era un ragazzo colto, non amante del baseball ma della musica classica, non invadente verso le ragazze e che veniva bullizzato dai compagni. 

Nei film velati il pubblico omosessuale percepiva chiaramente un personaggio omosessuale e questi film erano per loro una vera e propria ancora di salvezza: il non rappresentabile veniva rappresentato, il non detto si faceva largo nonostante i divieti.
Uno dei più grandi problemi di tutte le minoranze è infatti che esse non vengono rappresentate. La sociologia ci insegna che ciò che non viene rappresentato in una società non esiste (anche se di fatto esiste). Gli spettatori e le spettatrici omosessuali vedevano questi film con emozione.
Un altro film di Hollywood velato fu “Improvvisamente l’estate scorsa” del 1959 diretto dal Joseph L.Mankiewicz ispirato alla bella commedia del grande commediografo gay Tennessee Williams.
Il film aveva un atmosfera abbastanza cupa in cui una ragazza, interpretata da Elizabeth Taylor, si ricordava una tragedia a sfondo sessuale svoltasi su una spiaggia spagnola. Liz Taylor avrebbe interpretato anche un altro famoso film a tematica Lgbt, sempre ispirato da una commedia di Tennessee Williams, “La gatta sul tetto che scotta” con Paul Newman.
In “Improvvisamente l’estate scorsa” recitava anche un attore gay, il bellissimo Montgomery Clift. Anche altri attori di Hollywood erano gay o bisessuali tra cui Greta Garbo, Marlene Dietrich, probabilmente Cary Grant e Tyrone Power, Farley Granger, Judy Garland, Anthony Perkins e Rock Hudson che purtroppo morirono entrambi di Aids dopo aver fatto un coraggioso coming out su questo. Negli anni ’50 Marlon Brando e James Dean, entrambi bisessuali, portarono nel cinema di Hollywood un nuovo tipo di ragazzi, i ragazzi del secondo dopoguerra: insoddisfatti, esistenzialisti, ribelli.
Bisognerà arrivare al 1961, cioè al tempo in cui era presidente John Kennedy, per poter realizzare “Quelle due” con Audrey Hepburn e Shirley MacLaine diretto da William Wyler.
Il film era ispirato ad una famosa commedia della commediografa comunista Lillian Hellman “The Children’s Hour” da cui il regista aveva già tratto un film negli anni ’30 cambiando la storia. Era la storia di una bambina malevola che frequenta un collegio per ragazzine molto benestanti, diretto da due amiche insegnanti, e che per vendicarsi di una delle due, che l’aveva rimproverata di un furto,  inventava una bugia: raccontava alla nonna che le due insegnanti avevano una relazione sentimentale.
Nella cittadina scoppiava un grande scandalo, le allieve venivano ritirate e la scuola chiusa. Ma la cosa più importante era che una delle due insegnanti si accorgeva che effettivamente il suo sentimento verso la sua grande amica non era solo di amicizia ma anche d’amore.
Dopo un drammatico coming out (“ti voglio bene come dicono”), che comunque veniva accolto benevolmente dalla sua amica etero, ella si suicidava.
Il suicidio era un classico finale dei film che usavano affrontare questa tematica. Dopo che i sentimenti erano stati espressi o scoperti non rimaneva ai protagonisti altra strada che il suicidio piuttosto che affrontare l’onta sociale.

Un suicidio accadeva anche in “Victim” un film inglese del 1960  diretto da Basil Dearden ed interpretato da Dirk Bogarde, attore di grande talento e gay egli stesso.
Nel film Dirk Bogarde era un avvocato londinese di successo sposato. Ma qualcosa di innominabile turbava la sua vita: a causa di una innocente foto veniva ricattato da una gang di giovinastri equivoci. Per comprendere appieno il film bisogna sapere che in Inghilterra c’era una legge contro i gay che sarebbe stata abolita nel 1967 anche grazie a questo film.
Poco tempo prima infatti l’avvocato aveva avuto una relazione sentimentale con un ragazzo. Quando il ragazzo, preso di mira dai giovinastri, si suicidava in prigione l’avvocato decideva di scoprire i colpevoli e di farli arrestare ma per fare ciò doveva mettere a rischio la sua reputazione rivelandosi, il che veniva accolto in vari modi: il ricco fratello della moglie ne era scandalizzato ed indignato, un collega gli diceva “Non ho mai dubitato della sua integrità e non ne dubiterò adesso”, la moglie ne restava ferita e sembrava inevitabilmente che il loro matrimonio stesse per naufragare, cosa che poi non accadeva.
“Victim” è un film etico su un uomo che fa una giusta scelta sapendo che può perdere tutto.

Il servo” di Joseph Losey del 1960 aveva invece una atmosfera gay, “L’altra faccia dell’amore” affrontava nel timbro dissacrante di Ken Russell la vita del musicista russo Tchaicovsky e “Domenica maledetta domenica” di John Schlesinger era la storia di un ragazzo che ama sia un uomo sia una donna. Nel film vi era un bacio tra il bravissimo Peter Finch e il ragazzo. “Festa per il compleanno del caro amico Harold” era una commedia brillante ed infine il bellissimo e visionario film australiano “Pic nic a Hanging Rock” di Peter Weir aveva più di un riferimento lesbico.
Anche il francese “I diabolici” di Clouzot con Simone Signoret, un classico del cinema noir, aveva una atmosfera (torbidamente) lesbica e Catherine Deneuve scambiava un bacio (per quanto assai freddo) con una donna nello scandaloso “Bella di giorno” del regista spagnolo Luis Buñuel.

Anche in Italia si iniziò ad affrontare questo tema proibito: nel 1960 Mauro Bolognini realizzò un bellissimo film intitolato “Il bell’Antonio“, ispirato al romanzo di Vitaliano Brancati, in cui raccontava di un giovane siciliano di buona famiglia che viene creduto da tutti un dongiovanni e che invece non può corrispondere all’amore della sua bella sposa, Claudia Cardinale. Chiaramente data la censura dell’epoca non si poteva spiegare il perché e restava in sospeso se egli fosse impotente o gay. Questo personaggio, che ha i tratti di Marcello Mastroianni in una delle sue più intense interpretazioni, ha una grande forza espressiva: mette in luce la persecuzione che doveva (e deve) subire un giovane uomo che non è conforme allo stereotipo italiano del dongiovanni etero.
Giuseppe Patroni Griffi realizzava un film atipico, ambiguamente suggestivo, “Il mare“, su un uomo in crisi che incontra un ragazzo.
Nel 1968 Pier Paolo Pasolini girò l’ultra censurato “Teorema” in cui un ragazzo dell’alta borghesia aveva una breve relazione con uno sconosciuto la quale lo rende consapevole del suo orientamento.
Egli vive questa scoperta con rabbia ma essa farà anche emergere la sua creatività come pittore astratto.
Il film “Plagio” di Sergio Capogna del 1969 raccontava invece la storia di un’amicizia nell’ambiente degli studenti a Bologna nel pieno scoppiare dell’anno delle rivolte, il 1968, colto nel medesimo momento degli eventi. Il film, audace per allora, narrava con intensità e sensibilità il rapporto di amicizia/amore tra Massimo, Guido ed Angela.

Nel 1970 Bernardo Bertolucci ebbe il suo primo successo con “Il Conformista“, ispirato al romanzo omonimo di Alberto Moravia. Nel film troviamo una situazione trasgressiva per l’epoca come quella della relazione tra la moglie (stupida) di Jean Louis Trintignant, splendidamente interpretata da Stefania Sandrelli, e l’affascinante Dominique Sanda, moglie del professore antifascista che Trintignant vuole uccidere.
La scena di intimità tra Dominique Sanda e Stefania Sandrelli è abbastanza infelice e anche la scena del ballo tra le due donne è molto ostentata. Nel film che peraltro è bello e molto interessante storicamente si respira quella morbosità e misoginia che contraddistingue i film del regista parmense.
Luchino Visconti in “Morte a Venezia“, tratto dall’omonimo libro di Thomas Mann, raccontava invece la fascinazione platonica di Gustav von Aschenbach, un musicista in crisi, per il bellissimo adolescente Tadzio. 
“Morte a Venezia” rimane artisticamente uno dei film più belli mai realizzati in Italia: le passeggiate nelle calli veneziane, le mattinate sulla spiaggia, la lussuosa hall dell’hotel sono immagini che fanno parte dell’immaginario collettivo di tutti gli amanti delle cinema.
Luchino Visconti aveva già inserito elementi omosessuali in “Rocco e i suoi fratelli” del 1960 sulla degradazione morale di una famiglia meridionale nella fredda Milano, in “La caduta degli dei“, 1969, il suo film più cupo e senza speranza, e lo farà dichiaratamente in “Ludwig“, sul giovane re di Baviera, questi ultimi due interpretati dal bravissimo Helmut Berger, allora compagno del regista.

Rainer Werner Fassbinder, capofila del Nuovo Cinema tedesco degli anni ’70/80 insieme a Wim Wenders e Margarethe Von Trotta, e gay dichiarato diresse “Le lacrime amare di Petra von Kant” un film bello e abbastanza duro sul controverso rapporto tra due donne che si avvaleva di una grande interpretazione di Hanna Schygulla.
Dobbiamo dire che tutti i film di Fassbinder, che è deceduto a soli 37 anni, sono film provocatori, spesso con storie barocche che sarebbero impensabili dirette da altri registi ma che nelle sue mani diventano geniali. Egli avrebbe affrontato questo tema anche nel suo ultimo film “Querelle de Brest” dal testo di Jean Genet.
In “La mamma e la puttana” diretto da Jean Eustache ed interpretato dall’attore simbolo della Nouvelle Vague francese, Jean Pierre Léaud, il protagonista aveva un amour à trois.
Riguardo al cinema sperimentale dobbiamo menzionare il pittore e regista americano Andy Warhol con i suoi cortometraggi interpretati dall’attore Joe D’Alessandro e la regista belga Chantal Akerman, una delle registe più interessanti degli anni ’70/80 e lesbica, che purtroppo si è suicidata nel 2015.
Il cinema sperimentale per dirlo in due parole é una forma di espressione cinematografica che utilizza un “linguaggio” diverso da quello usuale e che non si vede nei circuiti commerciali. Ad esempio la Akerman utilizzava spesso lunghi piani sequenza tenendo la macchina fissa.
In un dialogo del film “Les rendez vous d’Anne” (Gli appuntamenti di Anne) del 1978 una ragazza raccontava alla madre una sua esperienza amorosa con una coetanea mettendo a fuoco gli stati d’animo che aveva provato.
Al cinema sperimentale apparteneva anche “Go Fish” un film a basso costo diretto dalla regista americana Rosa Troche, girato in un bel bianco e nero con una pellicola sgranata a 16 mm, che raccontava amori e difficoltà di alcune ragazze della comunità Lgbt statunitense ed anticipava il telefilm “The L Word“, che sarebbe stato prodotto dalla stessa produttrice, e che seppure proiettato sia negli Stati Uniti sia in Italia a tardi orari, riuscì a dare una ampia visibilità raccontando le vicende di alcune ragazze.

Nel 1977 Ettore Scola firmava invece “Una giornata particolare“, interpretato da Marcello Mastroianni e Sophia Loren che raccontava dell’incontro tra una casalinga infelice che ha un marito fascista e un giornalista della radio omosessuale, che il mattino dopo sarà arrestato, nel giorno della visita di Hitler a Roma.
Per l’intensa interpretazione e il suo timbro delicato è uno dei film più belli a tematica Lgbt.

Nel 1979 in “La patata bollente“, una frase idiomatica ormai in disuso che voleva dire un argomento di cui era increscioso parlare, il regista Steno riuscì ad realizzare un ibrido cinematografico, infatti per quanto il film avesse una netta impostazione comica da commedia all’italiana aveva anche una sua valenza sociale. Era la storia di un operaio comunista, interpretato da Renato Pozzetto, che ospitava in casa sua un giovane gay interpretato da Massimo Ranieri. Questo creava equivoci e fraintendimenti con la sua fidanzata, la simpatica Edvige Fenech, e con i compagni di partito.
Una particolare menzione va a Massimo Ranieri, bravissimo cantante ed attore fin dal suo esordio in “Metello”, capolavoro di Mauro Bolognini, che ha avuto il coraggio di interpretare quel ruolo in “La patata bollente”. Per quanto oggi possa sembrare incredibile nel 1979 interpretare il ruolo di un ragazzo gay da parte di attore etero era veramente coraggioso. Ci sono attori di Hollywood famosi che hanno rifiutato ruoli del genere perché non volevano che si supponesse qualcosa o perché temevano di perdere la predilezione del pubblico femminile. 
Anche “Pride” divertente film inglese del 2014, ambientato durante le lotte sindacali inglesi del 1984, raccontava di un rude gruppo di minatori e di arzille signore anziane che trovano dei validi alleati in ragazzi gay e lesbiche, sfaldando pregiudizi e stereotipi. 
Bisogna anche sottolineare che in alcuni film comici anni ’60 e ’70 erano presenti sgradevoli allusioni omofobe.

Nel 1980 la regista Donna Deitch realizzò “Cuori nel deserto“, un interessante film indipendente americano, la storia di una signora sposata che si recava a Reno, nel Nevada, per divorziare rapidamente da suo marito. Qui incontrava una ragazza volitiva con cui aveva una relazione sentimentale. Il film è importante per due ragioni: é considerato il primo film moderno a tematica lesbica e ha un lieto fine. Finalmente il cinema iniziò a liberarsi del classico finale del suicidio o dell’omicidio dei personaggi omosessuali fino ad allora visti prevalentemente come fragili, vulnerabili, psicolabili o addirittura come pericolosi criminali.
Anche Liliana Cavani raccontò nel 1985 una storia tra due donne in “Interno berlinese” un film formalmente bello ma eccessivamente osé.

Another country” di Marek Kanievska (1985) era la storia vera di un inglese che era diventato una spia sovietica e ricordava i tempi di Oxford quando aveva avuto una relazione sentimentale con un altro studente. Il film lanciò uno dei ‘belli e dannati’ degli anni ’80 l’attore gay Rupert Everett.
Il film suscitò commozione e contribuì alla fine dei film velati. 
My Beautiful Laundrette” di Stephen Frears affrontava anche il tema del razzismo nella grigia Inghilterra tatcheriana cosi come faceva anche “Il colore viola” di Spielberg negli Stati Uniti.
In “Il bacio della donna ragno” di Hector Babenco del 1985 William Hurt interpretava con talento il ruolo di un gay detenuto insieme ad un militante di estrema sinistra in un paese sudamericano.
Giuliano Montaldo nel 1987 portava sullo schermo il racconto di Giorgio Bassani “Gli occhiali d’oro” sull’amicizia fraterna a fine anni ’30 tra un ragazzo perseguitato perché ebreo e un distinto professore che ingannato dal suo ex partner, un ragazzo bello e senza scrupoli, viene socialmente emarginato.  

Giuseppe Bertolucci, fratello di Bernardo Bertolucci, nel 1987 realizzò un film molto interessante che fu visto prevalentemente dai cinefili, “Amori in corso” .
Era una storia semplice e realista su una gita fuori Roma di due studentesse universitarie che attendono un ragazzo e che vorrebbero prepararsi ad un esame universitario.
Con delicatezza Giuseppe Bertolucci sapeva cogliere sentimenti e atmosfere di quegli anni. Il film si fermava proprio quando stava per iniziare una storia d’amore.
Nel 1991 io realizzavo come regista e sceneggiatrice il film “La lampada di Wood” ispirato ad un mio racconto. Il film narrava la storia di un’amicizia tra due ragazze, non era una storia d’amore ma c’era tuttavia tra le protagoniste una connessione emotiva sentimentale.

In Francia il regista italo algerino, Michel Bena, realizzò un unico bel film, “Sotto cielo di Parigi” sull’amicizia e i sentimentimenti infranti di due ragazzi e una ragazza, lei era la bravissima Sandrine Bonnaire. 
Cyril Collard, giovane scrittore e musicista girò invece un film che fece discutere, “Notti selvagge“, egli stesso interpretava il protagonista dopo che alcuni attori a cui aveva proposto il ruolo lo avevano rifiutato: un ragazzo bisessuale che non avverte la sua partner di essere sieropositivo. Il bel Cyril Collard, promessa dell’arte francese, sarebbe purtroppo deceduto a soli 34 anni di Aids e così anche Michel Bena a 41 anni.
In “L’età acerba” il noto regista francese André Techiné raccontava un’amicizia fra due ragazzi e una ragazza nella decisiva estate della guerra di Algeria e recentemente con “Quando hai 17 anni” realizzava uno dei film più realistici su una storia d’amore tra due liceali.
Sceneggiatrice del film è anche la regista francese Céline Sciamma, autrice di talento e lesbica dichiarata, che ha diretto “Tomboy”  e “Ritratto della giovane in fiamme” ambientato nel 1700 e molto bello visivamente.

Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” diretto da John Avnet, vincitore di alcuni premi Oscar, descriveva in modo avvincente l’America del New Deal del presidente Franklin Delano Roosevelt degli anni ’30 e la grande amicizia tra due ragazze che si ritrovavano, innocenti, impegolate in un delitto.
Anche se nel film non c’è dichiaratamente una storia d’amore le/gli spettatori più sensibili percepiscono nettamente la storia delle due ragazze come sentimentale: la fuga sul treno, il bacio sulla guancia sul fiume, la prova del coraggio con le api e il miele, la scherzosa baruffa in cucina, la citazione sulle bibliche Ruth e Noemi, sono esempi eloquenti.

Un film molto carino era l’americano “Due ragazze innamorate” di Maria Maggenti del 1995, una storia tra due liceali. Il film era interessante perché presentava anche delle differenze tra di loro: una era molto ricca e l’altra proletaria, una nera e l’altra bianca, una amante della musica classica e l’altra del rock, una bisessuale e l’altra solo lesbica. Quindi Maria Maggenti con il suo film sotto l’apparenza lieve di una commedia buttava giù parecchi steccati.
Altrettanto fece “Philadelphia“di Jonathan Demme, bel film hollywoodiano, interpretato da Tom Hanks e dal simpatico Antonio Banderas dove un uomo ammalato di Aids ingaggiava una grande battaglia legale.
Il film riuscì a sensibilizzare sul tema della malattia. Per molti anni infatti gli/le ammalati di Aids erano stati brutalmente discriminati.
Nel frattempo il regista gay spagnolo Pedro Almódovar con il suo cinema fantasioso e sopra le righe conquistava le platee del mondo ed affrontava questa tematica in alcuni suoi film e altrettanto faceva il bravo regista turco Ferzan Özpetek, principalmente in “Le fate ignoranti” ma non solo, grande successo di pubblico, ben interpretato da Stefano Accorsi e Margherita Buy che più tardi avrebbe recitato, insieme a Sabrina Ferilli, in “Io e lei” di Maria Sole Tognazzi, una commedia romantica, Donatella Maiorca diresse “Viola di Mare” che ha una forte valenza sociale essendo ambientato nella Sicilia del 1800, Laura Muscardin “Giorni” e Veronica Pivetti “Né Romeo né Giulietta“.
Bisogna dire anche che se in Italia è difficile realizzare un film ciò vale doppiamente per i film seri a tematica Lgbt.

Nel 1999 Hilary Swank vinse il premio Oscar per un film molto drammatico, “Boys don’t cry“. Il film ripercorreva la storia vera di una ragazza transgender che era stata uccisa da due teppisti criminali negli Stati Uniti. Era un film americano indipendente di forte impatto sociale. Tra gli altri film che riguardano le/i transgender possiamo citare l’anticipatore “Jimmy Dean Jimmy Dean” di Robert Altman, “Transamerica” e “The Danish Girl“, anch’esso ispirato ad una storia vera.
Invece i film a tematica sociale più rappresentativi sono oltre a “Philadelphia”, “Prayers for Bobby” su una madre e suo figlio, “Milk” sull’attivista e politico di San Francisco assassinato nel ’78, “Stonewall” sulla rivolta di New York del 1969 che diede inizio al movimento Lgbt, “Freeheld” sulla storia vera di una poliziotta che, gravemente malata di un tumore, dovette fare una grande battaglia legale per far ottenere che la sua pensione fosse devoluta alla sua compagna prima della legalizzazione del matrimonio egualitario negli Stati Uniti e che era interpretato da Julienne Moore ed Elliot Page.

In Inghilterra sono stati realizzati alcuni film biografici di qualità come “Carrington” sulla pittrice, compagna dello scrittore gay Lytton Strachey, “Vita e Virginia” sulle due scrittrici, “The Hours“, che era un film americano, dove Nicole Kidman interpretava la scrittrice Virginia Woolf, “Orlando” che era ispirato invece ad un suo romanzo. Ha invece deluso a livello di obiettività storica “The Imitation Game” il film sul geniale inventore Alain Touring che ha minimizzato il grande peso che l’essere gay ebbe nella sua vita. Tra i film biografici c’è anche il francese “Poeti all’inferno” diretto dalla regista polacca Agnieszka Holland dove Leonardo Di Caprio interpretava il poeta Arthur Rimbaud.

Nel 1996 in India la regista Mira Nair realizzò “Fire“, un film importante perché ambientato nella società indiana che è una società molto tradizionalista, basti pensare che nelle moltissime lingue indiane non esiste nessun termine equivalente alla parola lesbica. Il film narrava la storia di una ragazza intrappolata in un matrimonio profondamente infelice che trovava aiuto e conforto in un’altra donna che a sua volta era sposata con un uomo induista estremamente religioso.
Ancora sono pochi ma coraggiosi i film Lgbt realizzati in Asia e in Africa. Riguardo al Sudamerica “Fragole e cioccolato” rompeva un tabù raccontando di un gay cubano, “Prima che sia notte” del regista e pittore americano Julian Schnabel era la drammatica storia vera di uno scrittore cubano, “Yo, la peor de todas” della regista argentina Maria Luisa Bemberg era un film sulla vita della grande poetessa  messicana Juana Inès De La Cruz, “Frida” della regista americana Julie Taymor sulla grande pittrice messicana Frida Kahlo e recentemente una regista argentina ventenne, Cecilia Valenzuela Gioia, ha esordito con il lungometraggio “il colore di un inverno” di cui è anche coprotagonista. Il film tratta in modo sensibile di una ragazza che soffre di attacchi di panico e che infine scopre l’amore.

Tra gli altri film vanno citati il bel “La storia di Adele” film francese pluripremiato diretto da Abdelatiff Kechiche, il torbido “Mullholland Drive” di David Lynch che giocava su un personaggio luce e un personaggio ombra di junghiana memoria come del resto aveva già fatto negli anni ’70 Robert Altman nel bello e visionario “Tre donne“, “Billy Elliott” su un ragazzino innamorato della danza e tra i personaggi da ricordare vanno citati senza dubbio i due cowboys del bel “Il segreto di Brokeback Mountain” di Ang Lee, il cantante rock glam ispirato a David Bowie nel psichedelico “Velvet Goldmine” di Todd Haynes, futuro regista di “Carol” che probabilmente è uno dei più bei film relativo ad una storia d’amore tra due donne sia per la sua raffinatezza formale sia per la misurata ed intensa recitazione.
Un altro film particolarmente bello e toccante era “Lontano dal paradiso“, diretto sempre da Todd Haynes   ed interpretato da Julianne Moore, in cui una casalinga americana benestante degli anni ’50 si ritrova in due situazioni inaspettate: la bisessualità sofferta del marito e una delicata amicizia sentimentale con un uomo afro american.

L’altra metà dell’amore“, il cui titolo originale era “Lost and delirious”,  e il film svedese “Fucking Åmål” riproponevano il suicidio mentre “Imagine you and me” era una piacevole commedia anglobritannica con un happy end.
Il delicato “Lovesong” della regista coreana So Yong Kim, film indipendente americano, narrava di un’amicizia al confine con l’amore tra due amiche fino ad arrivare ai recenti “Chiamami con il tuo nome” di Luca Guadagnino e  “Ammonite” di ambientazione ottocentesca.
Bisogna però dire che ci sono anche film relativi a storie fra ragazze che invece sono solo voyeuristici e che andrebbero dimenticati tout court.

Il tempi recenti anche alcune serie TV hanno affrontato questi temi.

Sul fronte dei documentari tra i più belli “L’altra altra metà del cielo” di Maria Laura Annibali in cui alcune donne lesbiche parlano serenamente di loro stesse e che ha partecipato a numerosi festival internazionali,  “Nessuno uguale” di Claudio Cipelletti in cui alcuni studenti raccontano i loro coming out e “Due volte genitori” dello stesso regista sui genitori con figli omosessuali.
A Torino e in altre parti del mondo si svolgono festival di film Lgbt. 
Anche i coming out pubblici di Jodie Foster ed Eliott Page sono stati importanti per far comprendere che l’omosessualità è solo una variante naturale dell’amore.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni saggi sul cinema a tematica Lgbt.
Un bel saggio fondamentale è quello di Mauro Giori “L’omosessualità nel cinema italiano. Dalla caduta del fascismo agli anni di piombo“, “Sguardi che contano” di Federica Fabbiani che esamina accuratamente come le lesbiche siano state e sono rappresentate nel cinema, “100 Classici del cinema gay” di Vincenzo Patanè, “Mondo Queer: cinema e militanza gay” di Pier Maria Bocchi e “Nuovo cinema Queer” di Emanuele Liotta.
Solamente su Hollywood è ormai un classico “Lo schermo velato” dell’americano Vito Russo del 1981 da cui è anche stato tratto un bel documentario. 

Se nel passato ciò che scandalizzava al cinema era la rappresentazione della sessualità oggi invece in una società omologata e virtuale sono quasi scandalosi i sentimenti. E i migliori film a tematica Lgbt hanno parlato di sentimenti autentici, dato volti e voci a coloro che erano stati costretti ad essere invisibili da tempo immemorabile, cancellati ingiustamente dalla storia, raccontato di coming out, di solitudini, di rabbia ma anche di speranze e di coraggio.

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