David Leavitt e l’America anni ’80

David Leavitt e l'America anni '80

Articolo di Lavinia Capogna

Quando nel 1984 David Leavitt pubblicò il suo primo libro, – una raccolta di novelle, intitolate “Ballo di famiglia” (Family dancing) – fu una rivelazione nel mondo letterario.
Vi erano tre elementi che suscitavano interesse: David Leavitt aveva solo 23 anni, aveva talento, era dichiaratamente gay.
Sono stati pochissimi nella storia della letteratura gli scrittori e le scrittrici che hanno pubblicato un primo libro poco più che ventenni: Raymond Radiguet pubblicò a diciannove anni “Il diavolo in corpo”, alla stessa età Klaus Mann “La pia danza” e Françoise Sagan “Bonjour tristesse”.
Rimbaud non scrisse più poesie dall’età di diciannove anni. Carson Mc Cullers pubblicò a ventitrè anni il suo capolavoro “Il cuore è un cacciatore solitario”, Goethe divenne celebre a venticinque anni con “I dolori del giovane Werther”, Thomas Mann pubblicò I “Buddenbrook quando aveva ventisei anni, il poeta inglese John Keats morì a soli venticinque anni lasciandoci le sue splendide liriche.

Tuttavia esordire così giovani è un caso raro, sia perché a quell’età molti artisti non si azzardono ancora a pubblicare, sia perché il campo dell’editoria è molto spesso un’arena feroce.
David Leavitt è nato nel 1961 a Pittsburgh, ma ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza a Palo Alto in California, luogo famoso per le ricerche spaziali e i molti fisici che lo abitano.
Suo padre è un professore e sua madre, Gloria, era una donna molto coraggiosa ed impegnata socialmente, deceduta nel 1985.
Le madri nei libri di Leavitt sono quasi sempre donne forti e impegnate, capaci di passare intere giornate a raccogliere firme per i diritti civili e Louise del romanzo Eguali amori (Equal affections) è certamente un personaggio molto bello, costruito con sapienza letteraria e sensibilità.

David Leavitt proviene da un ambiente colto ed impegnato, è ebreo, si è laureato in letteratura alla famosa Yale University.
Fernanda Pivano, da sempre innamorata della letteratura d’ oltreoceano, lo definì “postminimalista” in un articolo apparso il 5 febbraio 1986 sul “Corriere della Sera”.
Il termine venne ripreso e accorciato in “minimalista” e David Leavitt e altri giovani scrittori degli anni ’80 furono definiti minimalisti fino all’eccesso.
La Pivano ha ampiamente spiegato che cosa intendeva con la parola postminimalista, ma i termini spesso hanno fortuna e trent’anni fa si diceva “Mi piacciono i minimalisti” o “Non mi piacciono i minimalisti” cosi come cento anni fa si diceva “mi piacciono gli Impressionisti” o “non mi piacciono gli Impressionisti”.
Queste dispute ormai sono quasi dimenticate, le definizioni non sono importanti: importante è che Leavitt è uno scrittore che ha proseguito alacremente nel suo lavoro.

Il primo racconto di “Ballo di famiglia”, intitolato “Territorio”, racconta il coming out di Neil, uno studente.Nel 1984 nessuno parlava di “rivelarsi” in Italia e lo stato d’animo del personaggio era qualcosa di nuovo, che i gay e le lesbiche potevano leggere, ritrovandosi, e gli etero con meraviglia.
Nessun etero allora probabilmente si poneva la domanda: “Che cosa prova una ragazza o un ragazzo gay a dichiararsi alla famiglia, agli amici, ai colleghi di lavoro?”.
Il coming out è un momento di grandissima importanza emotiva, e spesso è molto difficile, talmente la società ha inculcato che essere gay e lesbiche e transessuali sia sbagliato, il che è una menzogna.
Spesso vi è la paura di deludere genitori, parenti, di perdere amici, di essere visti in un altro modo, di essere rifiutati, di “ferire” gli altri, di essere bullizzati o minacciati.
Nel racconto i genitori di Neil reagiscono bene: “E’ Ok, Neil”, dice il padre e “E’ Ok, tesoro” dice la madre, e abbraccia teneramente Neil.

Nel suo primo romanzo, “La lingua perduta delle gru” (The lost language of cranes), da alcuni critici assai discusso e che io invece ritengo il più bello di Leavitt, insieme a “Eguali amori”, lo scrittore racconta il “mondo gay” dei giovani agiati americani progressisti diverso da oggi in cui l’America è devastata da anni di Trump.
Molto bello è il personaggio di Jerene, una ragazza nera e lesbica, introspettiva e sensibile. Figlia adottiva di due coniugi neri, ricchi e reazionari, integratissimi nella società dei bianchi, sceglie di dichiararsi a loro.
La sua sincerità sarà accolta in modo cattivo dai genitori: un vero e proprio rifiuto con parole durissime a cui Jerene reagirà nell’unico modo possibile: partirà la sera stessa per New York, dove vive e studia e restituirà ai genitori tutti i soldi che le avevano dato.
Anni dopo incontrerà casualmente la madre e sopraffatta dall’emozione desidererà abbracciarla e riconciliarsi con lei, ma la donna si mostrerà indifferente.
Un po’ meglio ma non troppo è l’esito del coming out di Philip, amico carissimo di Jerene, con cui lei divide l’appartamento.
Philip con parole chiarissime ed accorate si dichiara ai genitori, Rose e Owen. Rose sarà la più severa tra i due: “Io non sono una donna senza pregiudizi” dice con rabbia e sconcerto. Owen invece a fatica e pieno di dolore mormora: “Io penso… io penso che sia o-kay”, balbettando.
A New York, dopo alcuni amori fuggevoli e parecchi disinganni, Philip avrà una romantic friendship con Brad, un ragazzo timido ed affascinante, e Jerene andrà ad abitare con Laura, delicata ragazza piena di insicurezze, seguace dei cibi naturali e dei vestiti di lino.
Il finale del romanzo è veramente bello e non posso raccontarlo perché rovinerei la lettura a chi desiderasse leggerlo.

“Eguali amori”, del 1988, è un romanzo in cui emerge un secondo leitmotiv dello scrittore, dopo il coming out: quello della malattia di una madre.
Tema dolorosissimo che Leavitt conosce perché purtroppo ha vissuto il calvario di sua madre, Gloria, ammalata di cancro per dodici anni.
Louise, la protagonista di “Eguali amori” è una donna volitiva, di una bellezza “alla Gene Terney” (un’attrice degli anni ’50 molto bella ed intensa, famosa per i suoi occhi verdi, e che sembra ebbe molti problemi psicologici per cui interruppe la carriera) è ammalata di cancro da molti anni.
I due figli di Gloria, Danny e April, sono entrambi gay.
Danny è un simpatico avvocato e April una cantate folk che da etero ha scoperto la sua omosessualità.
E’ una ragazza scanzonata e ironica che decide di avere un figlio, attraverso la fecondazione artificiale da un gay ecologista e salutista di cui è amica.
Il romanzo si chiude con una scena-ricordo in cui Gloria, segretamente, andata da un prete cattolico per convertirsi (è di fede ebraica) viene garbatamente indirizzata dal prete da un analista !
E’ una scena rigorosa, degna di un film drammatico, e vi è tutta la disperazione di Gloria che sa di essere ammalata e che sa pure che il marito ha una relazione sentimentale con un’altra donna.

Proseguendo a raccontare e ad analizzare la middle-class bianca Leavitt scrisse nuovi racconti a cui diede il bel titolo di “Un luogo dove non sono mai stato” (A Place I’ve never been).
In una delle novelle, “Il mio matrimonio con vendetta”, del libro la bella Ellen riceve, inaspettamente, l’invito alle nozze etero dalla sua ex fidanzata, Diana.
Chiaramente al ricevimento, che sembra una scena di un film graffiante di Robert Altman, Ellen viene sistemata in un tavolo di persone considerate “meno importanti”, nell’ambiente alto borghese e conservatore della famiglia di Diana insieme a messicani e una ragazzina disabile. Il personaggio di Diana è particolarmente spregevole non perché da etero diventa gay e poi di nuovo etero (tutto è possibile e lecito) ma perché sembra che avesse “utilizzato” sentimentalmente Ellen per fare una esperienza amorosa nuova e non perché sia stata veramente innamorata di lei.

“Mentre l’Inghilterra dorme” è, finora, l’unico romanzo di Leavitt non ambientato tra giovani agiati, progressisti, amanti dei comfort e consumisti (gli yuppies anni ’80).
E’ la storia di Brian, un intellettuale inglese degli anni ’30, che va a combattere nella guerra di Spagna.
Il tema dell’antifascismo emerge con chiarezza.
Molta risonanza ebbe la causa legale che il poeta inglese Stephen Spender, ormai anziano, fece a Leavitt avendo trovato somiglianze, giuste o errate, tra le vicende della sua giovinezza e delle del protagonista del romanzo.

Interessante è la raccolta di articoli e conferenze “La nuova generazione perduta”, in cui Leavitt analizza la sua generazione, definendola “di mezzo”, il che mi pare vero: una generazione a metà tra due mondi: quella degli hippies e delle rivolte studentesche e quella dei giovani spesso apolitici e saturi di tv (ma non sempre).
L’articolo è di metà anni ’80 e quindi della famigerata epoca del presidente Ronald Reagan, ex attore di poco talento, avversario della “rivoluzione dei poeti” in Nicaragua e dei pacifisti per cui Comiso in Sicilia (dove vennero installati missili SS20 e Cruise) divenne un luogo di lotta non violenta e un simbolo.
In un articolo intitolato: “Possono esserci libri gay?” Leavitt prende in giro i romanzetti ultra commerciali, ma poi fa un’analisi sul fatto che essendo notoriamente gay la gente “normale” – il termine è dello scrittore – veda in lui solo il gay e non più lo scrittore o l’ebreo Leavitt.

Nell’articolo “Così vivo ora”, infine, racconta dell’Aids, del panico, della rabbia e di Act-up, associazione americana contro l’Aids, di cui anch’egli era militante ed è molto interessante. Lo stigma verso i malati di Aids fu fortissimo.

David Leavitt ha pubblicato qualche altro romanzo, qualcuno non sempre secondo me a livello dei primi e altri molto buoni ma qui volevo focalizzarmi sulla sua opera degli anni ’80.
Oltre al suo talento letterario gli va riconosciuto il grande merito di aver parlato con sincerità e sensibilità dell’omosessualità dai primi anni ’80 quando quasi nessuno ne parlava.

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di Roma che si occupa di cultura e
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